Siamo arrivati a Sapa con l’idea di restare due giorni. La nebbia aveva altri piani, e anche la signora Mai, che ci ha visti fermi davanti a casa sua a guardare una mappa fradicia e ha deciso che eravamo un problema suo.
Questo articolo è una demo: il testo è finto, i blocchi sono veri. Serve a vedere come funziona l’editor e come esce un racconto pubblicato.
La famiglia che ci ha adottati
Non parlavamo una parola di vietnamita, loro non parlavano una parola di inglese. Non è servito. In dieci minuti eravamo seduti attorno al fuoco con una tazza di tè in mano e un cane che aveva già deciso che il posto migliore del mondo era sopra i piedi di Guido.
Il tè era il quarto. Nessuno contava più, tranne noi.
La casa era di legno scuro, con il riso appeso a seccare alle travi. Fuori la nebbia copriva tutto oltre i dieci metri, e dentro sembrava di stare in un posto senza orario.
Quello che restava della nebbia
Il secondo giorno abbiamo camminato tre ore tra le risaie a terrazza, seguendo il figlio maggiore che ogni tanto si voltava per controllare che fossimo ancora vivi. Le foto di quel pomeriggio sono le uniche prove che il sole, a Sapa, ogni tanto esiste.
Perché torneremo
Perché non abbiamo visto niente di quello che c’era da vedere, e va benissimo così. Sapa da cartolina è rimasta dietro la nebbia: a noi è toccata quella vera, che è meglio.